David Isenberg

Sebbene originario dello stato di Upstate New York, David si trasferì in Colorado con la famiglia da giovanissimo ove trascorse metà della sua vita. L’altra metà l’ha passata in Europa: visse in Francia e Belgio per un corto periodo, oltre al Giappone durante un lungo viaggio in Asia agli inizi degli anni ‘80. Da allora si stabilì a Copenhagen in Danimarca ove vive e lavora tutt’oggi.

All’età di 17 anni, David insegnò un corso di disegno all’Università di Denver ed iniziò ad esporre con successo le sue opere. Al Pratt Institute di New York si laureò in incisione mentre frequentava altri corsi alla Columbia University ed alla Art Students League. Tornato in Colorado, lavorò come assistente commerciante d’arte. Dopo aver ricevuto un’offerta di lavoro al Colorado Institute of Art, insegnò disegno per un certo numero di anni, sempre continuando ad esporre le sue opere in tutti gli Stati Uniti come anche a livello internazionale.

Dopo essere stato inserito in diversi annuari internazionali di arti grafiche e fotografia prodotti dall’ICO (International Creator’s Organization, una società con sede in Giappone) gli è stato chiesto di dirigere l’ufficio ICO di Denver.

A Copenaghen ha una lunga collaborazione con FOF (Folk Oplysnings Forbund, una scuola di corsi facoltativi per adulti) dove insegna un innovativo corso di libera espressione dal titolo “David’s Class“. Ha anche insegnato disegno creativo al lyptotek Museum di Copenaghen. Durante le estati tiene sessioni private di disegno e pittura all’aperto nelle strade e parchi della città. 

Ultimamente ha insegnato lezioni d’arte e disegno al Rundetaarn (la torre rotonda) di Copenaghen, oltre ad uno workshop settimanale e da una mostra mensile. David è stato recentemente assunto come supervisore artistico per lo sviluppo di un’opera d’arte contenuta in un film documentario indipendente (“Epidemiens Ekko“) trasmesso su DR2 (canale TV nazionale danese) il 23 giugno 2020.

Per il resto continua la sua attività quale artista; la maggior parte della sua arte viene venduta e si trova in collezioni private e pubbliche in tutto il mondo. Ha tenuto numerose mostre personali a livello internazionale, tra le quali in musei come il Tokyo-To Museum of Art in Giappone e al Centre Culturel Jean Gagnant di Limoges (Francia).
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi per il suo lavoro artistico e didattico. Da giovane adolescente ha vinto il 1° posto della categoria mixed media in un concorso nazionale scolastico che fu tenuto tra decine di migliaia di scuole negli Stati Uniti. Un decennio più tardi la rivista d’arte americana Artists of the Rockies ha pubblicato un articolo su di lui. In occasione di una retrospettiva decennale organizzata dalla rivista, si è aggiudicato il primo posto. Al Tokyo-To Museum, mentre esponeva con lo Shin Yoga Kai (New Wave), si aggiudicò il primo premio (Chairman’s Prize).  Ha ricevuto l’unico Teacher of the Year Award conferito finora dalla FOF tra i 736 insegnanti di tutta la Danimarca.

Art on the cover: Couple (gouache, paper), Private collection

Untitled (carved board, gouache), Private collection

Harmony Of Souls (oil, charcoal), Private collection

Voodoo Summer (acrylic, modeling paste on canvas), Private collection

Wonder Woman (acrylic, modeling paste on canvas), Private collection

Visage (modeling paste, gold and silver leaf, oil on board), Private collection

20th Century Hair (foam print, ink), ltd. edition of 10

David Isenberg Intervista con Thierry Vissol

Traslation in

– David, lei è stato un artista piuttosto precoce e famoso; si è sudato il suo successo ed ha viaggiato per il mondo grazie alle vendite delle sue opere.  Come è stato possibile? 

Beh… grazie per l’appellativo “famoso”, anche se ciò è discutibile.  Diciamo che sono stato fortunato.

– Non le piace molto parlare di sè stesso e sostiene che la sua arte dovrebbe parlare da sola.  Alla gente piace conoscere la persona che sta dietro le quinte.  Può dirci una parola sulla sua passione per la pittura?  Qual’è il suo scopo artistico? 

Essere un artista è qualcosa che si vive e si respira.  Non potrebbe mai essere un semplice hobby per me.  Non c’è uno scopo, di per sé, ma un continuo avanzamento nell’opera.  È qualcosa di inesorabilmente ma piacevolmente perseguito. L’artista sviluppa un’estetica personale che viene esaminata, stimolata, impegnata e portata avanti.  Ci si muove sempre in avanti perché restare statici (cosa che spesso è commercialmente possibile) significa arrestare il processo.  Alcuni artisti hanno una forma di lavoro che ripetono all’infinito, mentre altri artisti hanno “periodi migliori”.  Altri si sviluppano inesorabilmente durante il corso della vita.  Io vorrei essere uno di quest’ultimi.  Desidero fare un’arte che sia continuamente impellente, che non stanchi mai di guardare anche dopo riscoprirne continuamente ogni minimo dettaglio.  Se ci riesco, allora per me è stata una giornata di successo.

– Anche se la sua dedicazione principale è quella di pittore, dice che il disegno è il cuore del suo lavoro.  Perché? 

L’artista armeno-americano Arshile Gorky è stato molto sintetico su questo: “Il disegno è la base dell’arte.  Un cattivo pittore non sa disegnare, ma chi disegna bene sa sempre dipingere“.  Per me sono due discipline molto diverse ma interconnesse.  Io non dipingo dai miei disegni.  Il disegno è un’arte a sé stante e non al servizio della pittura.  Dipingere richiede un insieme d’abilità più ampio, ma possedere un occhio ed una mano ben affiliati non nuoce mai e le sfumature sono tutto.  Il disegno fornisce tutto ciò sviluppando la percezione e la precisione.  

In sé, il disegno è una forma d’arte immensamente potente.  Possiede molti livelli d’abilità, il più minuto dei quali è la rappresentazione del dettaglio.  Ogni artista dovrebbe padroneggiarlo, ma ogni artista ha anche un’individualità calligrafica quando disegna, un’estensione della loro personalità.  La maniera nella quale svolge il suo compito in definitiva cambia l’immagine e l’espressione in tutti i sensi.  La velocità può essere un grande amico quando si disegna, ma a volte anche un amico difficile.  In genere richiede un alto livello di fiducia o un basso livello d’impazienza.

Loving couple (carchoal, paper), Private collection

– Un altro processo a cui si è molto affezionato – e che pratica regolarmente – è la stampa.  È solo un’attività piacevole o ha un’influenza sul suo stile di pittura? 

Entrambe le cose.  Qualcosa nella mia personalità è attratto dal processo unico della stampa, il momento “Aha!” quando la tua stampa viene finalmente rivelata – che sia il risultato finale o solo una tappa lungo il processo.  È un momento di sorpresa – e a chi non piacciono le sorprese?  Mentre la stampa comporta spesso la produzione di multipli identici, l’aspetto intrinseco della creatività ludica all’interno del mezzo ha sempre avuto per me un interesse molto maggiore.  Le stampe singole hanno un fascino straordinario, in quanto ogni stampa diventa un’opera d’arte unica nel suo genere. 

La realizzazione di una stampa è un processo che richiede molto lavoro, e forse questo ha avuto un impatto sul modo nel quale dipingo; non tanto in termini di “stile” ma quanto nell’approccio della mia esecuzione.  O forse origina tutto dallo stesso.  Una cosa che non faccio mai è semplicemente dipingere direttamente su tela.  Il più delle volte ricorro ad un metodo che richiede molto lavoro ed una varietà di fasi preparatorie.  Eppure, qualcosa di semplice come un rapido schizzo con l’aggiunta di un collage di qualche pezzo di carta può mirare dritto al cuore di una visione universale (si veda il “Treno Rosso” nella galleria).  

Red Train, (paper, collage and gouache), Private collection

– Nei suoi dipinti utilizza molto spesso un’ampia varietà di tecniche ed aggiunge elementi misti per dare struttura o rilievo, oltre ad impiegare una gamma d’utensili oltre ai pennelli.  Perché?

Mi interessano tutti i media e li ho usati tutti, a volte in combinazione.  Lavorare con ciascuno di essi richiede una disposizione specifica.  Ho un grande appetito per la struttura in quanto aggiunge una dimensione tattile, giocando un ruolo importante come forma e colore.  Costruisco o scolpisco le strutture, utilizzo elementi di collage e a volte stampo sulla superficie come parte dell’effetto complessivo.  Uso comunemente coltelli, pettini, rulli, bastoncini e persino tubi di cartone oltre ai pennelli.  Alla fine, il dipinto stesso deve essere un oggetto di bellezza.  L’aggiunta di struttura è un elemento contributivo.

Recentemente dipingo acquarelli su tavole intagliate.  In questo modo creo una sfida decisamente superiore ad un media già difficile da impiegare ma i risultati aggiungono tutt’un altro livello d’interesse visivo.  Occasionalmente ho applicato vernice al piombo sui dipinti, seguito da una patina che fa arrugginire il piombo in modo che la ruggine stessa diventi un elemento del risultato finale.

Altre volte mi è capitato di creare un corpo d’immagini dall’aspetto vagamente pseudo-religioso che ho intitolato “Oggetti del Santuario“.  La struttura è stata creata su pesanti tavole con l’aggiunta di stoffa, pasta acrilica applicata con coltelli e pettini, poi graffiate, intagliate e ricoperte con foglia metallica d’oro, d’argento e bronzo.  Dopo aver applicato un sottile strato di vernice ad olio ho concluso con una patina “sporca”, facendoli apparire vecchi e come se estratti dalla terra secoli fa.  La più grande era alta diversi metri e racchiusa in un contenitore di plastica costruito a mano.  La più piccola poteva trovare posto su uno scaffale.  Concepita per apparire misteriosa, l’incorniciarla era parte intrinseca dell’effetto finale.  Erano galleggianti a 1-2 centimetri sotto la superficie coperta di lino e racchiusi in cornici molto profonde, rivestite di vetro non riflettente, producendo l’effetto subliminale degli oggetti da museo.  Ogni elemento aveva un ruolo nel risultato finale.

Untitled (paper, marble, burlap and acrylic on board), Public collection, Colorado, USA

– Lei dice che “creare arte è divertente… e per divertirsi si gioca”; cosa intende? 

Mi piace giocare con i materiali, con i miei utensili, con le immagini.  Divertimento e gioco vanno di pari passo.  Sentiamo la parola giocare e pensiamo ai bambini, i quali giocherebbero tutto il giorno se potessero.  Come anche i bambini, anche noi adulti impariamo giocando e ciò si rispecchia nella vita interiore d’un artista.  E proprio qui sta la vera arte: un’estensione inconscia dell’individuo.

L’immaginazione diventa evocativa.  Potrei disegnare o dipingere una casa… o qualche foglia.  Se mi limito ad osservare e rappresentare le immagini con precisione, che cosa ottengo al di là del meramente riconoscibile?   Ma il modo in cui gioco con un’immagine può soffonderla con un numero di qualità.  La casa può diventare spaventosa.  Le foglie – per il semplice fatto di giustapporre le forme e modificare le loro dimensioni, il loro colore, il loro posizionamento nello spazio, rendere i bordi più duri o più morbidi – possono improvvisamente trasformarsi in un innegabile messaggio d’amore umano.  Wow!  È davvero divertente da eseguire!

Lei celebra la “libera creazione”, sostiene “l’attività creativa libera e sperimentale” e insegna un corso di “libera espressione”; cosa significa concretamente?  

Forse lei si concentra sulla parola “libera”.  Deve essere interpretata nel contesto.  Per natura sono un pluralista, ebbene preferisco la creatività libera da vincoli alla staticità all’interno d’un unico modo d’espressione.  Fare lo stesso tipo di pittura ripetutamente è facile, ma mi annoierei subito. 

Ho una sorta di “credo” quando lavoro.  Mi riferisco ad esso come ad un “incidente controllato” il quale si ottiene solo quando l’artista abbandona il controllo completo mentre lavora.

Quando insegno, incoraggio i miei studenti ad essere sé stessi ed a procedere nel loro lavoro come vogliono.  Non do mai lezioni di “come fare”.  Non voglio creare un esercito di “piccoli David”.  Loro fanno le cose nel loro individuale ed io semplicemente li aiuto ad essere il più bravi possibile in quel che fanno.  Credo nella sperimentazione – sia che nel caso che riesca come anche se fallisca.  La natura stessa della creatività permette il fallimento – e questo ci sta.  I creativi falliscono spesso come anche quelli bravi falliscono spesso… ma come una fenice risorgiamo dalle ceneri di ciò che non ha funzionato ad un senso accresciuto di ciò che funziona.  Nessuno è sempre perfetto.  Nessuno è Dio.

– Lei parla di “incidenti controllati” nell’arte.  Può spiegarsi meglio? 

Alcune persone assumono che un artista abbia prima una “visione” e poi si immerge a realizzarla.  Io no.  Non so mai – in ogni fase del mio lavoro – quale sarà il risultato finale.  Se un artista segue, e si attiene, ad un piano prestabilito e controlla minuziosamente ogni mossa, non lavora con incidenti controllati: né nei dettagli né nel complesso del prodotto.  Ciò determina il risultato finale.  Lasciarsi andare, lasciare che si presentino opportunità inaspettate (anche involontarie) e poi coinvolgerle è il mio processo.  Gli “incidenti” che si verificano sono sempre la parte migliore del lavoro.  Possono cambiare completamente il risultato.  Da soli non sono nulla – sono solo incidenti – quindi devono essere “controllati” con sensibilità, abilità consumata e comprensione visiva.  Riesco ad individuare in un batter d’occhio se un artista lavora sotto questa premessa o meno.  Ogni artista avrà il suo modo unico di farlo.

Avevo un amico, un artista semi-astratto in Germania, eccellente e molto conosciuto.  Ogni tanto dipingevamo insieme nel suo studio quando ero in città.  Linguisticamente non riuscivamo quasi a comunicare, ma il linguaggio dell’arte era sufficiente per intenderci l’un con l’altro.  Anche lui utilizzava incidenti controllati mentre eseguiva – in ogni fase.  Di tanto in tanto discutevamo – con le mani e coi piedi – se tali incidenti potevano essere creati in modo specifico o se dovevano apparire accidentalmente.  Personalmente, non credo che abbia importanza quando il risultato finale giustifica i metodi.

– Lei parla di aiutare i suoi studenti a diventare “bravi”.  Cosa pensa dell’arte buona e di quella cattiva? 

Si tratta di abilità e maestria, per quanto tali abilità possano essere discusse in certi lavori. A volte non si può, come nel caso dell’arte tribale o delle opere di terra. In genere, però, il “cattivo” mostra una mancanza d’abilità riconoscibile.  Il “bravo” mostra comprensione ed uso. “Molto buono” è una dimostrazione di finezza. “Eccellente” è quando l’artista lo rende perfetto ma lo fa sembrare facile, come un gioco da ragazzi. Non si possono davvero determinare queste cose senza una comprensione dell’insieme delle abilità necessarie. 

Il buono ed il cattivo non sono una cosa soggettiva, in contrario al gusto o alla preferenza personale. La gente spesso dice “È buono (perché mi piace)“. No!  È solo che a quella persona piace per chissà quale motivo. Ognuno ha le proprie preferenze – e questo ci sta. Ti può piacere quello che vuoi, ma non significa che il lavoro sia necessariamente buono.  Non di rado vedo una buona opera d’arte che non mi piace per niente, ma non mi farò mai sfuggire il fatto che è ben fatta. Al contrario, può essere difficile per me trovare piacevole un’opera mal eseguita – anche se apprezzo lo sforzo e l’intenzione. Tuttavia, se il risultato finale è goffo e insoddisfacente, la buona idea alla base è irrilevante.

– Il suo lavoro è in equilibrio tra immagini riconoscibili ed astratto.  Si considera un espressionista.  Potrebbe spiegare questo?  

Non mi piacciono molto le etichette, ma vengono date agli artisti che ciò ci piaccia o meno. Definisco l’astratto come un veicolo per interpretare la realtà, un modo di trasfigurare la rappresentazione in qualcosa in più. Molto spesso utilizzo immagini riconoscibili ma in qualche modo modificate. L’ho sempre fatto. Possono diventare intrise di capriccio, di mistero o di oscurità. Contrariamente a quello che può essere un malinteso popolare, lavorare senza immagini può essere la sfida più grande di tutte. Essere semplicemente decorativi non è mai abbastanza. 

Mark Rothko ne è un buon esempio. Non ha sottoscritto personalmente alcun movimento artistico eppure è considerato un espressionista astratto. Dipingeva blocchi di colore, ma potevano essere emotivamente carichi ed alquanto precisi con dettagli piacevoli e sensibili. Possono essere evocativi e meditativi – oppure oscuri e contemplativi come un dolce gong che riverbera silenziosamente nella quiete. Confronta il suo lavoro con quello di Piet Mondrian, un altro gigante del mondo dell’arte. Anche lui ha creato blocchi di colore, ma privi d’espressione umana. Semplicemente non era questa la sua preoccupazione.

Ho sempre aspirato di convertire un “feeling”, piuttosto che semplicemente mostrare il mio lavoro – e questo probabilmente mi rende un espressionista contemporaneo.  Sono io che ti tocco in qualche modo. Il sentimento autentico deve venire da dentro. Noi artisti abbiamo materiale, superficie, forma, colore, qualità delle linee ed una varietà di tecniche che possiamo mettere in pratica – ma quando il momento è quello giusto, accade una sorta di magia. Non è mai cosciente. Non può esserlo. Il fatto che io la descriva in questi termini definisce la mia natura intensamente espressiva.  

– Lei è in grado di disegnare e dipingere in modo assolutamente realistico – ma perché disprezza il realismo? 

La semplice cattura di un’immagine con perfezione non mi ha mai interessato, invece sviluppare la capacità di farlo sì.  Sono in grado di riprodurre perfettamente qualsiasi immagine, eppure non trovo il realismo (mera copia) nemmeno lontanamente attraente.  Anche il grande realismo – pur impressionante nella sua capacità di mostrare l’abilità acquisita – dice tutto allo spettatore in pochi istanti – e si smette di guardare.  Sviluppare un’abilità consumata è una cosa, ma la vera abilità artistica, secondo me, risiede nell’estensione della personalità, il filtro dell’individuo.  L’astratto – incorporare, sintetizzare e tradurre le immagini – diventa alquanto di più che un veicolo per semplicemente riconoscere quella particolare dimostrazione d’abilità e pazienza.

È molto divertente creare forme altamente evocative che l’osservatore riconosce quali teste o uccelli o un esercito in movimento – eppure tu come artista non hai dipinto quelle immagini, neanche l’accenno di esse.  Posso essere abbastanza evidente – oppure a malapena suggestivo… a dipendenza.  Anche l’umorismo può avere un ruolo.  Da lontano un dipinto può sembrare completamente astratto e visivamente attraente per il suo colore, linea e forma, ma da vicino l’osservatore comincia a riconoscere le acconciature stravaganti del XX secolo.

Il realismo può sembrare impressionante a chi non ne ha sviluppato la capacità di riconoscerlo, a chi non lo “capisce”, ma in realtà non è così difficile da realizzare.  Chiunque può farlo se si impegna e lo pratica.  È semplicemente un’abilità e tutte le abilità sono apprendibili.  L’astratto – un buon astratto – è tutta un’altra sfida che richiede una mentalità, una personalità ed una gamma d’abilità assai più ampia.  Tutto ciò che viene fatto male è un’esecuzione facile.  Un cattivo realismo è certamente facile… mentre un cattivo astratto è facilissimo da eseguire.  Il buon astratto è di gran lunga il più difficile.  Un’ultima osservazione: i migliori artisti d’astratto sono spesso eccellenti realisti, ma hanno semplicemente scelto un’altra strada.

– Tuttavia, la rappresentazione rimane un punto di partenza nella sua arte.  Uno dei suoi acquarelli s’intitola “Bornholm” (un’isola danese al largo della Svezia – si veda nella galleria).  Può raccontare la storia di questo specifico artefatto? 

Ero insieme a due dei miei studenti/amici durante un finesettimana di birra e disegno.  Durante un’escursione nei paraggi ci siamo fermati per una sosta e per dipingere un po’.  Capitò che la collina su cui ci trovavamo era occupata da 100 pecore al pascolo.  Henry Moore, lo scultore inglese, amava disegnare le pecore, ma la grande massa di “oggetti” bianchi e soffici non faceva per me.  Invece ho guardato oltre, cercando di discernere una collina immaginaria sotto il mare di bianco in un rapido schizzo a carboncino.  Più tardi quella sera, lontano dalla scena, l’ho ritoccato con acquerelli.  Mi piace che il risultato finale sia allo stesso tempo un’immagine molto astratta ma anche abbastanza chiara.

Bornholm (charcoal, watercolor on paper) Private collection

– Condividiamo un’affinità per Chaïm Soutine, il pittore russo emigrato in Francia, ma lei ha anche menzionato Degas e Gauguin.  Perché sono così importanti per lei?  

Non lo sono, non più di molti altri grandi artisti nel corso della storia che ho imparato ad apprezzare.  Degas è stato un maestro sotto ogni aspetto e sarebbe considerato grande in ogni epoca.  Soutine era uno di quei divini, unici, stravaganti che non posso fare a meno ma di amare.  Ensor, Arcimboldo e Redon sono degli altri.  Le opere di Soutine sono stato occasionalmente definite quali brutte, ma io le trovo belle da spezza cuore ed espressive fino all’osso.  Era il pittore di un pittore.  Gauguin un tempo visse in Danimarca ma riuscì a fuggire e diventare quello che è diventato.  Ci sono molti individui brillanti che rispetto e trovo influenti: Goya, Klee, Schiele, de Kooning, de Staël… e questi sono appena alcuni nomi tra moltissimi altri.

– L’Europa fu un tempo l’epicentro mondiale della cultura, dell’arte e degli artisti e c’era anche un mercato piuttosto vasto.  Oggigiorno non pare più così.  Ai suoi occhi questo fa parte del decadimento della cultura occidentale? 

Ora sembra una domanda che gli artisti di tanto tempo fa avrebbero potuto dibattere sopra un bicchiere di vino nei caffè di Parigi.  Non saprei.  Tendo a dare la colpa a Hitler, l’artista fallito.  Se solo fosse stato più bravo a disegnare!  Invece abbiamo avuto il Terzo Reich, la guerra e la miseria in tutto il continente.  Per secoli l’Europa – in particolare Parigi – era il fulcro di tutta la grande ed innovativa arte occidentale.  La rivoluzione industriale ha trasformato l’Europa e l’Occidente.  Questo nuovo mondo coraggioso ha agito come catalizzatore ed ha dato vita ad una serie tremenda di cambiamenti per decenni riflettuti nelle arti.  La Prima Guerra Mondiale non ha fermato la rivoluzione, ma la Seconda sì.  In seguito, il continente era semplicemente troppo esausto… e concentrato nella ricostruzione.  Così New York City divenne la nuova Mecca dell’arte occidentale e lo rimane fino ad oggi.

Wall Painter, India (photograph)

– Un’ultima domanda: lei è un appassionato della fotografia, anche se disprezza la pratica comune di scattare selfies e snapshots.  Utilizza la fotografia per i suoi dipinti e disegni, o la considera un’arte a sé stante e allo stesso livello?  Cosa la interessa nella fotografia

In età più giovane usavo occasionalmente la fotografia mentre disegnavo.  Tuttavia, non ho mai usato le mie fotografie per la mia arte.  Non mi è mai venuto in mente di farlo.  È un’arte indubbiamente a sé stante.  Come il disegno e la pittura, è una questione di visione.  Si tratta di vedere e di fare delle scelte, a volte nella frazione di un secondo, altre volte in attesa del momento ideale.  Oppure si tratta di pianificare ed allestire una lunga esposizione o una doppia esposizione. 

La mia fotografia è altamente visiva – non conta molto raccontare una storia o catturare un ricordo.  Più di ogni altro fattore, tutte le foto richiedono un interesse visivo grafico, la capacità di catturare lo sguardo.  Mi piace particolarmente fotografare le persone, di solito in qualche luogo esotico e non comune, ma a parte il fatto di fotografare queste persone non esiste alcuna relazione tra di noi.  Mi piace fotografare i motivi e le scritte sui muri o i motivi in generale, riflessi sull’acqua – ma soprattutto i volti catturano il mio occhio fotografico.  Come in ogni cosa che eseguo, al centro c’è la ricerca della bellezza visuale… niente messaggi, niente politica.  Solo bellezza.  Il mondo può essere un luogo bellissimo.