Photovoices - Archived pages

by Cleto Corposanto, exclusive for The diagonales

A DAZZLING BEAUTY

If I had to express Myanmar with one word, I would say dazzling. In this way this country of Southeast Asia appeared to me, the same one I learned about school books as Burma, with the capital of Rangoon. Since 2010, on the other hand, it is called Myanmar – to be exact, the full name is ပြည်ထောင်စု သမ္မတ မြန်မာနိုင်ငံတော်, Pyidaunzu Thanmăda Myăma Nainngandaw – and the capital has become Naypyidaw, a city of just over a million inhabitants north of Yangon (the “old” Rangoon), which still remains the most densely populated and most fascinating urban agglomeration in the whole country. For some time, referring to this nation with the name Burma (which recalls the past from a former British colony, albeit not part of the Commonwealth, until the proclamation of independence in 1948) or with that of Myanmar meant to marry, in some way, a precise political ideology; this even if Burma or Myanmar may appear very different as names if we use our Latin characters, while they have the same root – and also a similar sound – if you use the Abugida writing system, which is precisely the one in use in the country.

The history of this wonderful country is, as often happens, full of problems and even violent political battles to make one’s opinion prevail. There are numerous episodes concerning Myanmar from this point of view, most of which are related to Aung San Suu Kyi, Nobel Peace Prize winner in 1991, after the military junta, the year before, had canceled the elections who had seen her triumph with her “National League for Democracy” list. Aung San Suu Kyi used the prize money to establish a health and education system for the Burmese people. Forced for many years to house arrest, it has become a symbol of the fight against oppression, which over the years has also developed through the so-called “saffron revolution” (from the color of the robes of the Buddhist monks who numerous took part in the non-violent protests attributable to the galaxy of “colored revolutions” that characterized many post-communist regimes).

One of the most majestic and mystical places of Burma / Myanmar at the same time is located in Yangon / Rangoon. I’m talking about the Shwedangon Pagoda (ရွှေတိဂုံစေတီတော် in Burmese) a complex that characterizes the city skyline, visible even at long distance. It is a golden Stupa almost 100 meters high and represents the main Buddhist temple for Burmese, as there are the relics of 4 Buddhas of the past, including Gautama, the historical Buddha.
The Stupa is plated with over twenty thousand solid gold plates and the tip is encrusted with jewels: 5,448 diamonds, plus 2,317 rubies, sapphires and other precious stones and 1,065 gold bells. At the top there is a 76 carat diamond. The pagoda is surrounded by 64 “small” pagodas and 4 other pagodas that indicate the cardinal points.
Inside there is a huge statue of Buddha, made in 1999 with 324 kg of massive jade from the Kachin, an area located in northern Myanmar. This immense Buddha is inlaid with 91 rubies, 9 diamonds and 2.5 kg of gold.
Clear now why the term I associate with Burma is dazzling?

I took this photo in one of the thousand places inside the Shwedangon Pagoda. I really liked the light that emanated and the color – gold – everywhere, even in the clothes of this young Burmese woman. It is a photo of the end of 2019, when the climate – non-meteorological – in the country was good and favored the influx of people from all over the world. A beautiful place. Of a dazzling beauty.

UNA BELLEZZA ACCECANTE

Se dovessi esprimere il Myanmar con una sola parola, direi accecante. Così mi è apparso questo paese del sud-est asiatico, lo stesso che sui libri di scuola avevo imparato a conoscere come Birmania, con capitale Rangoon. Dal 2010 invece, appunto, si chiama Myanmar – per esattezza il nome completo è ပြည်ထောင်စု သမ္မတ မြန်မာနိုင်ငံတော်, Pyidaunzu Thanmăda Myăma Nainngandaw – e la capitale è diventata Naypyidaw, città di poco più di un milione di abitanti a nord di Yangon (la “vecchia” Rangoon), che resta comunque l’agglomerato urbano di gran lunga più popolato e con maggior fascino di tutto il paese. Per diverso tempo, riferirsi a questa nazione con il nome Burma (che rievoca il passato da ex colonia britannica, seppur non parte del Commonwealth, fino alla proclamazione di indipendenza del 1948) oppure con quello di Myanmar ha significato sposare, in qualche modo, un’ideologia politica precisa; questo anche se Burma o Myanmar possono apparire molto differenti come nomi se utilizziamo i nostri caratteri latini, mentre hanno la stessa radice – e anche un suono simile – se si utilizza il sistema di scrittura abugida, che è appunto quello in uso localmente.

La storia di questo meraviglioso paese è, come spesso accade, ricca di problemi e battaglie politiche anche violente per far prevalere la propria opinione. Sono numerosi gli episodi che riguardano da questo punto di vista il Myanmar, la maggior parte dei quali sono legati ad Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, dopo che la giunta militare, l’anno prima, aveva annullato le elezioni che l’avevano vista trionfare con la sua lista “Lega nazionale per la democrazia”. Aung San Suu Kyi usò i soldi del premio per costituire un sistema sanitario e di istruzione a favore del popolo birmano. Costretta per lunghi anni agli arresti domiciliari, è diventata un simbolo della lotta all’oppressione, che negli anni si è sviluppata anche per mezzo della cosiddetta “rivoluzione zafferano” (dal colore delle tonache dei monaci buddisti che numerosi hanno preso parte alle proteste non violente riconducibili alla galassia delle “Rivoluzioni colorate” che hanno caratterizzato molti regimi post-comunisti).

Uno dei luoghi più maestosi e mistici, allo stesso tempo, di tutta la Birmania/Myanmar, si trova proprio a Yangon/Rangoon. Sto parlando della Pagoda Shwedangon ( ရွှေတိဂုံစေတီတော် in birmano),  un complesso che caratterizza lo skyline della città, visibile anche a lunga distanza. Si tratta di uno Stupa dorato alto quasi 100 metri e rappresenta il tempio buddista principale per i birmani, in quanto lì sono custodite le reliquie di ben 4 Buddha del passato incluso Gautama, il Buddha storico.
Lo stupa è placcato con oltre ventimila lastre d’oro massiccio e la punta è incrostata di gioielli: 5.448 diamanti, più 2.317 rubini, zaffiri e altre pietre preziose e 1.065 campane d’oro. Al vertice c’è un diamante di 76 carati. La pagoda è circondata da 64 “piccole” pagode e da altre 4 pagode che indicano i punti cardinali.
All’interno si trova una statua enorme di Buddha, realizzata nel 1999 con 324 kg di giada massiccia proveniente dal kachin, una zona che si trova nel nord del Myanmar. Questo immenso Buddha è intarsiato con 91 rubini, 9 diamanti e con 2,5 kg di oro.
Chiaro ora perché il termine che associo alla Birmania è accecante?

Ho scattato questa foto proprio in uno dei mille posti all’interno della Pagoda Shwedangon. Mi piaceva molto la luce che emanava e il colore – oro – dappertutto, anche nei vestiti di questa giovane birmana. È una foto della fine del 2019, quando il clima – non meteorologico – nel Paese era buono e favoriva l’afflusso di gente da tutto il mondo. Un posto bellissimo. Di una bellezza accecante.


Cleto Corposanto, Italian, is professor of the University “Magna Graecia” of Catanzaro, South Italy. He deals with issues related to the Method research and Health/disease. He has more than 200 publications between books and scientfic articles. Former national coordinator AIS – Health and Medicine, He founded and coordinates the Degree Course in Sociology of UMG of Catanzaro.