Photovoices - Archived pages

by Cleto Corposanto, exclusive for The diagonales

COME AND HAVE A TEA WITH US?

In our Mediterranean culture – and even more so in the South – a coffee is much more than just a drink. Just to name one, the phrase of Luciano De Crescenzo: “Have you ever wondered what coffee is? Coffee is an excuse. An excuse to tell a friend you love him ”quite clearly expresses the rich range of meanings that can be attributed to the simple act of drinking a coffee.

In any case, nothing to do with what is happening on the other side of the world. In the East, the content in the cup changes, but rituals and meanings linked to the consumption of tea are also accentuated, which in that part of the world is certainly the queen drink.

I took this photo a few years ago in Yokohama, an important port center south of the capital Tokyo, in Kanagawa prefecture. A large city of just under 3 million inhabitants – the largest in Japan if we exclude, of course, the capital city to which it is connected by fast subway – also famous for hosting the largest Japanese Chinatown and a Museum dedicated to Ramen, the dish of the typical Sino-Japanese noodle.

In the photo, a woman in traditional costume is engaged in the tea ceremony, an operation that transcends the simple preparation of the drink. Everything has a why, a way and a time in the ancient art of the ceremony, starting with the room that must have particular characteristics and which is called cha shi tsu.

Murata Jukō, a Buddhist monk (1423-1502), is considered the true founder of the Japanese tea ceremony. He was responsible for the initiation of the wabi-cha style, which sanctioned the autonomy of the Japanese ceremony from that of the Chinese rite. Later Sen No Rikyū (1522 – 1591), reformed the wabi-cha style by codifying the tea ceremony as we know it today, the famous cha no yu (“hot water for tea”). The tea used is usually matcha, with its characteristic jade green color, prepared not by infusion but by suspension. The entire ceremony, usually reserved for special events, is divided into three moments: kaiseki (a light meal), koicha (thick tea), usucha (light tea). The central phase is very long; sometimes the ceremony is then shortened by skipping the thick tea.

Participants are kneeling on the tatami mat and the tea master offers them the same cup, rotating it three times in the palm of the hand so that the inside decoration of the cup is facing, while the one being served must see the main decoration outside the cup and in turn he must rotate it so as not to drink from the side of the decoration. The rite is so codified that even the discussion topics that accompany the entire ceremony – and even the terms – are part of it. A very strong bond that binds this people to their traditions.

VIENI A BERE UN TÈ DA NOI?

Nella nostra cultura mediterranea – e in modo ancora più accentuato nel sud – un caffè è molto più che una semplice bevanda. Solo per citarne una, la frase di Luciano De Crescenzo : “Vi siete mai chiesti cos’è il caffè? Il caffè è una scusa. Una scusa per dire a un amico che gli vuoi bene” esprime abbastanza chiaramente la ricca gamma di significati che possono essere attribuiti al semplice gesto del bere un caffè.

Nulla a che vedere, in ogni caso, con quanto accade dall’altra parte del mondo. In Oriente cambia il contenuto nella tazza, ma si accentuano anche riti e significati legati al consumo del te, che in quella parte del mondo è certamente la bevanda regina.

Ho scattato questa foto qualche anno fa a Yokohama, importante centro portuale a sud della capitale Tokyo, nella prefettura di Kanagawa. Una grande città di poco meno di 3 milioni di abitanti – la maggiore del Giappone se si esclude, ovviamente, la metropoli capoluogo alla quale è collegata con metropolitana veloce – famosa anche per ospitare la più grande Chinatown nipponica e un Museo dedicato al Ramen, il piatto della tipica tagliatella cino-giapponese.

Nella foto, una donna in costume tradizionale è impegnata nella cerimonia del tè, operazione che trascende la semplice preparazione della bevanda. Tutto ha un perché, un modo e un tempo nell’antichissima arte della cerimonia, a partire dalla stanza che deve avere particolari caratteristiche e che si chiama cha shi tsu.

Murata Jukō, monaco buddista (1423 -1502),  è considerato il vero fondatore della cerimonia del tè giapponese. A lui si deve l’avvio dello stile wabi-cha, che sancì l’autonomia della cerimonia giapponese da quella di rito cinese. Successivamente  Sen No Rikyū (1522 – 1591), riformò lo stile wabi-cha  codificando  la cerimonia del te così come la conosciamo oggi, la famosa cha no yu     (“acqua calda per il tè”). Il tè usato è di solito il matcha, dal caratteristico colore verde giada, preparato non per infusione ma per sospensione. L’intera cerimonia, di solito riservata ad eventi particolari, è articolata in tre momenti: kaiseki (un pasto leggero), koicha (tè denso), usucha (tè leggero). La fase centrale è molto lunga; a volte la cerimonia viene quindi ridotta saltando il tè denso.

I partecipanti sono inginocchiati sul tatami e il maestro del tè offre loro la stessa tazza, ruotandola tre volte nel palmo della mano in modo da avere di fronte la decorazione interna della tazza, mentre chi viene servito deve vedere la decorazione principale all’esterno della tazza e a sua volta deve ruotarla in modo da non bere dal lato della decorazione. Il rito è talmente codificato, che anche gli argomenti di discussione che accompagnano l’intera cerimonia – e financo i termini – sono parte dello stesso. Un legame molto forte quello che lega questo popolo alle proprie tradizioni.


Cleto Corposanto, Italian, is professor of the University “Magna Graecia” of Catanzaro, South Italy. He deals with issues related to the Method research and Health/disease. He has more than 200 publications between books and scientfic articles. Former national coordinator AIS – Health and Medicine, He founded and coordinates the Degree Course in Sociology of UMG of Catanzaro.