L’uomo col cagnolino al guinzaglio

Racconto

by Salvatore Barone*, Italy, exclusive for The diagonales

Un particolare tipo psicologico della nostra epoca è l’amante degli animali, e fra tutti questi quello più fedele all’uomo, il cane. Sono molte le persone che trovano nel cane una fidata compagnia, lo portano a spasso per permettergli di fare i suoi bisogni fisiologici e, se si ha la pazienza, di ripulire le strade dei suoi escrementi. C’è chi lo porta in braccio come fosse un bambino e lo coccola procurandogli da mangiare o coprendolo con adatti indumenti quando c’è freddo.
Il particolare tipo psicologico di cui voglio parlare in questo racconto si distingue per il rapporto che crea con il suo cane. Gli parla come se fosse un’altra persona della sua stessa specie, ma con la segreta esigenza di avere da lui obbedienza, sottomissione, affezione. Il cane, per antonomasia animale fedele, di solito non si sottrae a questa subalternità, asseconda il suo padrone accordandogli la sua supposta superiorità e lo segue ovunque lui vada. Di solito i cani non si fanno guidare da ideali superiori, sono contenti così come la natura ha destinato per loro, ma ho assistito a un caso che contravviene a questa regola naturale e di questo voglio raccontarvi.

Vivien Il Migliore era di quegli uomini per certi aspetti baciati dalla dea Fortuna. Aveva avuto la grazia, cosa comune a quei tempi, di andare in pensione ad appena cinquant’anni, quando ancora si trovava nel pieno delle sue energie e dopo un non lungo periodo di lavoro trascorso a portare carte da un ufficio all’altro in una base militare di un paese straniero. La sua non era stata un’attività pesante, stressante, logorante, caratteristiche queste che ora, invece, sono presenti in quasi ogni luogo di lavoro. Anzi, il quotidiano andirivieni lo aveva abituato ad apprezzare le passeggiate e lo teneva fisicamente in forma. Inoltre, cosa questa di enorme rilevanza, lo aveva abituato ad avere a che fare con generali, colonnelli, capitani, eccetera. Gente importante, che decideva cose importanti e che faceva sentire Vivien Il Migliore anche lui importante perché dalle sue camminate lungo i corridoi, da una stanza all’altra, scaturiva l’esecuzione di ordini sommamente importanti per le sorti del suo paese, dell’egemone paese amico e, di conseguenza, per le sorti del mondo intero.
Per tutto questo, quando arrivò l’ultimo giorno di lavoro gli dispiacque un po’ di lasciare quell’ambiente di graduati, di aerei che arrivavano e partivano e che ispiravano al signor Vivien sogni ad occhi aperti di chissà quali decisive missioni tra i cieli a stelle e strisce che sovrastavano la Terra a quei tempi. Ma ognun sa che nulla è eterno tra gli uomini, e Vivien Il Migliore sapeva che il giorno della pensione doveva arrivare. Non si scoraggiò, né si disperò, anzi, siccome era un uomo tutto sommato sicuro di sé, pensò che l’andare in pensione a quell’età poteva avere i suoi risvolti positivi. Avrebbe percepito una rata mensile di quiescenza che eguagliava il ben lauto stipendio; gli sarebbe stato riconosciuto un trattamento di fine rapporto ragguardevole e, cosa oltremodo gratificante, i colleghi e tutto il personale civile e militare della base gli stavano preparando una festa che sarebbe rimasta indelebile nella sua memoria. E poi, particolare questo che non è da trascurare, avrebbe avuto tutto il suo tempo da dedicare alla famiglia.

La famiglia! Ecco il valore, che prima ancora del lavoro, guidava la sua vita. La famiglia per Vivien Il Migliore non era solo un valore, ma anche un obiettivo, un bersaglio su cui esercitare la sua autorità con quel piglio decisionista e con quella voce squillante e stridula che lo caratterizzavano e che, forse, oltre che dal suo temperamento, gli erano stati donati, a mo’ di imprinting, dalla quotidiana frequentazione di uomini che avevano fatto dell’autorità e dell’obbedienza agli ordini i loro paradigmi di vita.
Si era sposato giovanissimo, aveva una moglie piacente e più giovane di lui, e due figlie che, seguendo l’esempio dei genitori, si erano anch’esse sposate quando ancora erano poco più che ragazze. Il suo grande rammarico era che la moglie non gli aveva dato un figlio maschio, un degno erede che avrebbe potuto perpetuare il suo patronimico e su cui imprimere e forgiare i suoi alti ideali di ossequio delle regole e di obbedienza alle autorità. Pazienza! Non si può avere tutto dalla vita. In compenso, però, le sue due figlie possedevano quella caratteristica del comando che in genere è degli uomini e che senz’altro avevano ereditato dal padre. Inoltre, avevano dato al padre quattro nipoti, tutti maschi, equamente suddivisi per ciascuna. In questo modo la sua futura vita da pensionato non sarebbe trascorsa nella noia e, cosa ben più rilevante, avrebbe potuto esercitare sui suoi nipoti quell’influsso che non aveva potuto esercitare su un suo figlio.
I suoi generi erano dei bravi ragazzi, l’uno camionista e l’altro contadino, ligi al lavoro e arrendevoli nei confronti dei “desiderata” del suocero. Questi si potevano così sintetizzare: i figli delle sue figlie prima ancora di essere figli dei suoi generi erano figli delle sue figlie e, quindi, come per una sorta di diritto naturale di discendenza, dovevano sottostare alla sua autorità, al suo modello educativo, alla sua alta considerazione della gerarchia. Secondo il suo modo di vedere, i generi erano ancora giovanissimi, inesperti della vita e, allora, non c’era nulla di male se avrebbero dovuto seguire le sue direttive.

Questo dato di partenza e di fatto era andato a consolidarsi nel corso degli anni e, ormai, si poteva dire che era un caposaldo ben accettato e acquisito. D’altra parte, i generi non potevano vantare una piena autonomia economica nella gestione delle loro famiglie. Spesso, anche se non richiesti, dovevano accettare gli aiuti del genero e ciò dava maggior forza alle pretese e presunte prerogative del signor Vivien.

Si andava d’amore e d’accordo. Tutti erano contenti del loro status e dei loro ruoli. Il genero camionista a casa ci stava poco, a causa dei frequenti viaggi nel continente. Quindi, la cosa non gli pesava più di tanto. Per quello contadino, invece, la situazione era ben diversa. Nullatenente per nascita, doveva lavorare le terre del suocero che un giorno, chissà quando, avrebbe ereditate. Per fare ciò, ad un’ora buia, decisa dal suocero, doveva alzarsi. Questi, come si può facilmente intuire, era molto mattiniero, – anche questa un’abitudine acquisita durante i suoi gloriosi trascorsi lavorativi, – ed aveva fatto suo il proverbio che recita: “A jurnata si vidi da matinata“; molto simile a quell’altro in lingua italiana che dice: “Il bel giorno si vede dal mattino“. Il genero contadino era ancora giovane e, come si sa, ai giovani, specialmente in inverno, piace attardarsi sotto le coperte. Ed invece no! Ogni mattina e tutte le sante mattine, spesso anche di domenica, prima ancora che si facesse giorno, veniva svegliato dal suocero che già cominciava a spazientirsi (un particolare che non si è detto è che i due abitavano sotto lo stesso tetto). Il paziente, mite e sottomesso genero, s’animava di buona volontà e, insieme al suocero, raggiungeva le terre di proprietà.
In campagna tutto il lavoro ricadeva sulle spalle del giovane genero. Il signor Vivien Il Migliore, memore delle infinite commesse eseguite di buon grado negli anni del suo lavoro alla base militare, aveva invertito i ruoli. Adesso era lui che dava gli ordini e il genero li eseguiva con malcelata insofferenza. Egli, avvezzo ad avere a che fare con carte e documenti, che non sporcano le mani, raramente si prestava ad alzare un ramoscello, a raccogliere un frutto, a potare un alberello di pesche o di albicocche, e via discorrendo. Si limitava a dare disposizioni e a redarguire con la sua voce stridula il genero quando, secondo lui, i lavori non venivano eseguiti a dovere. Cosa ne capisse il signor Vivien dei lavori della terra, questo è un mistero.
Non furono poche le volte che il giovane genero si sentì umiliato dagli atteggiamenti e dai comportamenti del suocero, ma il suo carattere mite non gli permise mai di rispondergli per le rime. Per lui i giorni più belli erano quelli in cui il suocero, trattenuto in paese da impegni improrogabili legati alla burocrazia, non si recava in campagna. In quei giorni godeva dei piaceri che la sua attività all’aria aperta gli procurava.

In quegli stessi giorni, sbrigate le faccende di cui s’è detto, il signor Vivien dedicava tutto il resto del suo tempo ai nipoti. Li portava a scuola, li andava a riprendere, mangiava con loro, li aiutava, per quanto gli era possibile, a fare i compiti, li portava a passeggio e via dicendo con questi ameni passatempi.
Nell’incombenza dei suoi compiti di nonno amorevole, per tutto il periodo dell’infanzia e della fanciullezza dei suoi nipoti Vivien Il Migliore andò esercitando su di loro la sua visione della vita. Ma, giunto il tempo della loro adolescenza e giovinezza, le cose cambiarono. Si sa, gli ormoni agiscono sul carattere delle persone e in maniera ben più pressante si fanno sentire nel periodo dell’adolescenza, quando, tra le altre cose che accadono, l’insofferenza verso l’autorità si fa sentire, specialmente quando quest’ultima si ammanta di prerogative incomprensibili ai più. E poi, i nipoti si erano resi conto che il loro nonno non era il loro padre e che quindi non poteva arrogarsi pretese assurde. Il punto di non ritorno del crescente stato di tensione che stava montando tra Il Migliore e i suoi nipoti si verificò un giorno che uno dei figli del genero contadino, dinnanzi ad un rimprovero piuttosto rude del nonno lo rimbeccò dichiarando: “Ma tu, nonno, non sei mio padre!”.

Verità lapalissiana ai più, al signor Vivien quella chiara dichiarazione apparve come un vero e proprio atto di ribellione, insopportabile per il suo modo di vedere il mondo, inammissibile dopo quei lunghi e consolidati rapporti che si erano venuti a stabilire tra lui e i suoi nipoti. Sul momento a Il Migliore non bastò far uso della sua stridula sgridata per ristabilire l’ordine. La collera gli salì su per il corpo, gli arrossì il volto e invase il suo cervello o al contrario, e cioè, la collera gli invase il cervello, gli arrossì il volto, si trasmise lungo tutto il corpo provocandogli anche una stridula sgridata al fine di ristabilire l’ordine. La reazione fu un violento ceffone che andò a imprimersi sulla guancia sinistra del nipote.
Non l’avesse mai fatto! Il nipote, seppur ancora ragazzino, non pianse, lo guardò fissamente e a lungo, gli voltò le spalle e andò via. Vani furono i tentativi di richiamarlo all’ordine e all’obbedienza. Per molto tempo il nipote quando incontrava il nonno neanche lo salutava, gli lanciava sguardi di sfida e proseguiva per la sua strada.
A Il Migliore fu come se il mondo gli fosse caduto addosso. Pian piano sentì franare la sua autorità e, considerato che i nipoti crescevano nella loro ricerca di una piena e libera autodeterminazione, dovette ammettere che le cose erano cambiate, che il mondo andava a rotoli perché si erano persi i “veri valori della vita” e che non c’era più da nutrire eccessive speranze nelle nuove generazioni. Che fare? Verso chi rivolgere il suo ancor prorompente bisogno di comando?

La vittima designata fu un cagnolino, non suo, ma della figlia più grande. La mia ignoranza in fatto di razze canine non mi permette di stabilirne una ben precisa, ma il cagnetto era piccolo, dal pelo lungo e ben lisciato che gli copriva anche gli occhi. Era chiassoso, di quell’abbaiare che infastidisce anche il più paziente dei certosini. Per certi aspetti il suo abbaiare ricordava la voce del signor Vivien quando questi gridava. Forse fu anche a causa di ciò che Il Migliore gli si affezionò così tanto da eleggerlo ad amico dei suoi giorni di vegliardo pensionato.

Manco a farlo apposta, il cagnetto si chiamava Fido ed era la fedeltà che il suo nuovo padrone ricercava, una fedeltà eterna, senza cedimenti e comportamenti inconsulti. Per ottenerla e onde evitare inutili fughe, Il Migliore lo teneva sempre al guinzaglio. Certo, per il cagnolino non era questa una condizione ideale e, forse, il suo continuo abbaiare dipendeva da quel collare che gli stringeva il collo e che continuamente lo strattonava. Gli sarebbe piaciuto scodinzolare libero e spensierato per le strade del paese e nelle ridenti campagne dei dintorni. Ma, evidentemente, il destino non gli aveva riservato quella sorte. Perfino quando doveva andare a fare i suoi bisogni, piccoli o grandi che fossero, il suo padrone, il signor Vivien, lo teneva al guinzaglio. Ed era curioso vedere come anche in questi frangenti, che la psicoanalisi ritiene di sommo piacere, il cane abbaiasse a più non posso. Sembrava che volesse chiedere aiuto o che volesse gridare la sua rabbia o che volesse dire “Razza di umani, lasciatemi in pace!”.
Il Migliore non era sensibile a questi lamenti, anzi, era convinto che il cagnolino vivesse la migliore delle vite possibili. Aveva di che mangiare e cibo prelibato, quello che anche la pubblicità televisiva reclamizza; aveva una cuccia tutta sua, ben riscaldata e confortevole, dove però stava pur sempre legato al guinzaglio; aveva i suoi padroni e padroncini che lo vezzeggiavano; aveva il signor Vivien che, sempre al guinzaglio, almeno tre volte al dì e tutti i santi giorni, lo portava a passeggio; insomma, non poteva e non aveva alcun motivo di lamentarsi.
Questo era il saldo convincimento de Il Migliore.

Il signor Vivien era fiero del suo cagnolino e lo si vedeva bene quando lo portava a passeggio. Camminavano con passo altero e regolato, ora dalle esigenze  del padrone e ora da quelle del suo fedele amico. Il Migliore non faceva quasi caso a chi incontrava e a stento rispondeva al saluto di chi, per primo, lo salutava. Per le strade del paese sembrava esserci lui e solo lui, con il cagnolino al guinzaglio. Tutto l’ambiente circostante era per lui un grande cesso, dove il suo cane poteva fare tutte le pipì e le cacche rispondenti ai suoi bisogni. E guai a chi gli faceva notare che la cosa era quantomeno poco igienica. Era capace d’ingaggiare una tremenda lite, a suon di invettive stridule che, se non fosse stato per lo stato d’animo che le animava, potevano far sorridere anche il più serio tra gli uomini.
I momenti più terribili per il cane erano quando il suo padrone riceveva chiamate dal suo telefonino. In questi frangenti il signor Vivien era costretto a fermarsi e strattonava di continuo il suo fedele Fido che, magari, voleva continuare a camminare. E siccome le telefonate potevano durare anche un bel po’, le soste per il povero cagnetto si trasformavano in vere e proprie torture. Il cane abbaiava di continuo e il signor Vivien alternava i suoi dialoghi con gli interlocutori a strattonate e sgridate rivolte all’indirizzo dell’innocente cagnolino. Povero Fido! Qual più crudele pena doveva scontare? Non gli apparteneva il peccato originale, nessun tribunale lo aveva condannato, neanche il Cesare Beccaria ne aveva parlato nel suo minuzioso trattato “Sui delitti e sulle pene”, eppure, quella era la sua pena e condanna, stare al guinzaglio del signor Vivien Il Migliore.

E che minchia! Questa situazione non può durare!” pensò un giorno il cagnolino mentre tentava di avvicinarsi ad una leggiadra cagnetta che passeggiava con la sua padrona lungo il marciapiede che di solito anch’egli e il suo padrone percorrevano. “E’ giunta l’ora che faccia qualcosa“.

Quell’ora arrivò nel più imprevedibile dei modi e in quello stesso giorno che aveva adocchiato la cagnetta con il fiocco rosa. Avvicinandosi l’ora di cena, stavano tornando a casa. Fido continuava a guardare il signor Vivien nella segreta speranza di vederlo distratto, almeno per un secondo.
Ma Il Migliore restava sempre vigile, neanche il più terribile degli eventi avrebbe potuto distoglierlo dalla sua presa del guinzaglio. Le speranze del cagnetto sembravano volgere alla delusione quando, in prossimità dell’uscio di casa, accadde l’imprevedibile. All’improvviso si sentì un fortissimo rumore proveniente dal cielo. Il signor Vivien intuì subito di che si trattava e non si lasciò spaventare. Era un aereo lanciamissili della sua beneamata base militare che tornava all’aeroporto. Come per una sorta di riflesso condizionato, volse gli occhi verso il cielo per godere di quel magnifico spettacolo. Quanti ricordi e quanti sogni ad occhi aperti! Il suo cuore s’intenerì e la sua mano si rilassò. Della cosa ne risentì il collo di Fido che, se prima s’era impaurito per quel fastidioso rumore dei motori dell’aereo, ora, rilassatosi anche lui e vedendo il suo padrone che si beava, occhi e naso in su, a seguire il volo del lanciamissili, colse l’occasione per dare una strattonata al guinzaglio e, come per magia, si trovò libero. Il liberarsi e il fuggire furono per il cagnolino un tutt’uno. Mai aveva corso con tanta lena, non conosceva ancora quel tipo di andatura, ma provò che correre è entusiasmante e il sapore della libertà diede le ali alle sue esili gambette. Vani furono gli striduli richiami del povero signor Vivien. In pochi attimi Fido aveva svoltato l’angolo dell’isolato e quella fu l’ultima volta che Il Migliore vide il suo cagnolino, su cui aveva riposto le sue ultime e residue speranze di fedeltà.
Il cuore a volte, specie quando stride con la libertà altrui, siano essi animali, persone e, perché no, cose, gioca brutti scherzi. Mi pare che anche un certo Paolo di Tarso abbia detto che “l’amore rende liberi”. O ricordo male?

*Salvatore Barone vive a Licodia Eubea, provincia di Catania, Sicilia. Si è occupato di cinema e in particolare della nouvelle vague francese. Ha soggiornato in varie città tra cui Londra, Parigi, Zurigo e Roma. Tra le sue opere vi sono raccolte di poesie (Movimenti liberi, 1988), storielle (Demetra ascolta, 1999). E’ autore della trilogia di romanzi brevi Pierrot lunaire, Fraulein Folgheraiten, In una conca di luce pienamente solare. Il suo ultimo lavoro è Càliti juncu, proverbi e detti siciliani meditati.