Il racconto

Un figlio dell’uomo


In memoria delle vittime della sciagura avvenuta nello e di tutte le vittime delle migrazioni.
Stretto di Sicilia nel giorno di Natale di qualche anno fa

by Salvatore Barone*, Italy, exclusive for The diagonales

In uno sperduto villaggio dell’Africa viveva qualche tempo fa una giovane donna. Non ricordo il paese. Poteva essere il Senegal, il Congo, il Mali, la Somalia, non so. Comunque, il nome del paese non importa, non è questo il problema.  Era una figlia dell’Uomo, tra i sette miliardi di una Umanità derelitta, ancora senza giustizia, senza uguaglianza e senza pace. Viveva in una capanna di fango che per tetto aveva rami di palma intrecciati. Viveva da sola perché il marito era andato in un continente lontano per cercare un lavoro che potesse meglio sostentare la sua famiglia. Sì, non erano soli.

La giovane moglie aspettava un figlio, frutto meraviglioso dell’ultima visita del marito. Ella lo custodiva nel suo grembo con amore e attenzione e sperava di poterlo far nascere nella città dove il marito era emigrato. Era una donna forte, che lavorava dalle prime luci dell’alba fino a notte. Voleva guadagnare quel denaro che, insieme a quello che gli mandava il marito, potesse bastare per il suo viaggio di riunione al coniuge. Non aveva altri svaghi se non quelli della domenica. In questo giorno si recava nella missione cristiana per assistere alla Santa Messa, per incontrare i parenti del suo clan e delle tribù vicine e per la visita del medico della missione, un ginecologo di “Medici senza confini”.

Dopo tante fatiche e tribolazioni, il giorno della partenza arrivò. Era già al sesto mese e aveva immaginato che in poco meno di trenta giorni sarebbe potuta arrivare presso le coste del ricco continente. C’era da attraversare il deserto, il più grande deserto che la Terra conoscesse, e non era impresa facile. Ma aveva appreso che i più antichi degli uomini erano comparsi nel suo continente e che da lì si erano diretti verso tutte le terre allora emerse, anche nelle terre del Nord. E allora, perché non poteva riuscirci anche lei? Con questa forza nell’animo aveva deciso di partire.

Alcuni carovanieri le avevano offerto la possibilità di viaggiare con loro a fronte di un ricompensa minima. Lungo era il viaggio e tante sarebbero state le tappe: caravanserragli nei pressi delle oasi più ricche di acqua e di palme, che punteggiavano di verde l’immenso deserto. Qui la futura madre poteva riposare e si sentiva al sicuro.
I cammellieri erano veri uomini: le evitavano ogni sforzo e non le facevano mancare nulla; le insegnavano come proteggersi dal caldo del giorno e dal freddo della notte; le insegnavano come difendersi dalle insidie del deserto e come non farsi ingannare dalle sue lusinghe e false visioni; e le insegnavano l’arte di saper guardare gli astri del cielo. Due stelle in particolare avevano attirato l’interesse della giovane, la stella che indica il Nord e quella che per prima si fa vedere quando fa sera e che è l’ultima a scomparire quando albeggia. I cammellieri e le stelle erano diventati la sua guida. Ciononostante dovettero affrontare gli imprevisti che si presentavano ogni volta nelle città dove i carovanieri si fermavano per i loro commerci. Qui si trovavano uomini avidi, profittatori e violenti. Più di una volta i carovanieri dovettero difendere la futura madre da tipi loschi che tentavano di portarle via quel poco che aveva e che attentavano alla sua integrità.
Finalmente, dopo due lunghi mesi, arrivarono nelle vicinanze di una città della costa. Qui i carovanieri s’informarono se da lì partivano barche dirette verso i lidi del Continente del Nord. Seppero così che da quel tratto di mare salpavano periodicamente barche, piene di cercatori di Fortuna e Benessere. I carovanieri consegnarono la giovane donna a uno dei più fidati traghettatori raccomandandogli la massima cura.

L’inverno si avvicinava. Si era nei primi giorni del mese di dicembre e spesso il mare si presentava tempestoso davanti agli occhi della giovane africana. Il cielo era coperto da nuvole minacciose che le impedivano di vedere quelle stelle fidate che fino a pochi giorni prima l’avevano guidata. I traghettatori avevano già pattuito il prezzo della navigazione, con lei e con almeno altri cento che come lei volevano oltrepassare il mare. Tutti aspettavano il giorno propizio per poter partire e intanto si scambiavano sogni, speranze, amarezze e gioie.        

Quel giorno arrivò. Era la vigilia di Natale, faceva freddo, ma la giornata era nata  bella e luminosa. Ai futuri naviganti, molti dei quali non avevano mai visto il mare  prima di allora, fu subito dato l’avviso che nel tardo pomeriggio sarebbero partiti. I traghettatori furono lesti a riscuotere il caro prezzo del viaggio e, quando la bassa marea calmò le acque, fecero salire i cento e più  uomini, donne e bambini su un barcone da pesca piuttosto malandato. Tra questi c’era anche la futura madre, che intanto aspettava da un giorno all’altro che nascesse il figlio tanto desiderato. Ella era forte e non ebbe paura di affrontare il mare. Confidò nella Buona Stella, che per prima era spuntata all’orizzonte e che l’avrebbe condotta alla tanto agognata meta. E si affidò alla protezione di quel Santo che aveva aiutato Gesù ad attraversare un fiume della Galilea.

Il viaggio iniziò sotto i migliori auspici. Per un buon tratto il barcone scivolò leggero sulle onde del mare. I cuori dei molti naviganti pulsavano a ritmi sereni e i loro grandi occhi erano puntati nella direzione indicata dalla Stella del Nord, nella speranza di scorgere quanto prima le coste del Continente. Quali e quanti segreti sogni ad occhi aperti scorsero su quello schermo?
Erano appena giunti nelle cosiddette “acque territoriali” del cosiddetto “Continente bianco”, quando all’improvviso si scatenò una spaventosa tempesta. Vento, pioggia, tuoni, fulmini e saette sembravano essersi scatenati su quel tratto di mare. Tutti restarono ammutoliti. Nei loro cuori cominciò a scatenarsi ben altra tempesta, fatta di paure e terrore, e nei loro occhi cominciarono a scorrere immagini funeste. La giovane donna sentì dentro di sé il senso della colpa più lacerante. Pensò di aver messo in pericolo la sua creatura e intanto la proteggeva dagli scuotimenti e dagli urti che le altissime onde provocavano su quella Umanità disperata. L’ultima onda, che poi ella ricorderà, capovolse del tutto il barcone affidando a quel mare nero le loro vite.

Sul far del mattino, alcuni pescatori, un padre e i suoi tre figli, colpiti anch’essi dalla tempesta,  si trovarono  nei pressi dei relitti del barcone. Il mare s’era calmato ed era piatto ai loro occhi. Ma a quale tremenda sciagura dovettero assistere: decine e decine di vittime galleggianti e i resti del barcone alla deriva. Guardarono con molta attenzione intorno a loro nella segreta speranza di trovare qualche sopravvissuto e grande fu il loro stupore quando videro una donna che si dibatteva tra le acque, aggrappata a un relitto. Subito s’avvicinarono, uno di loro si tuffò e tutti si diedero da fare per trarre in salvo la giovane africana. Fu portata dentro la cabina e cercarono di riscaldarla. Videro ch’era in stato avanzato di gravidanza e furono molto delicati e gentili con lei. La copersero di calde coperte e, resisi conto che nessun altro lì nei pressi dava segni di vita, diedero l’allarme alla Guardia costiera, accesero il motore dell’imbarcazione e via, veloci, veloci, veloci verso la costa della loro isola, la Lampada dei naviganti.

Vi giunsero quando già alla giovane madre erano cominciate le doglie. Una volta approdati, non la portarono in ospedale e non la portarono nell’ambulatorio del loro medico di famiglia. Era Natale e sapevano che quasi tutti o dormivano o si preparavano per le celebrazioni del Santo Giorno. La portarono nella loro casa. Lì la moglie del pescatore l’aiutò a partorire e la nascita del piccolo fu salutata dalle grida della madre, dai primi pianti del neonato, dalla gioia e dal calore di quella famiglia di pescatori e dalle campane che suonavano a festa. Lo chiamarono il Salvato dalle acque del mare.

 Licodia Eubea, 22/23 novembre 2011                 


          

Salvatore Barone vive a Licodia Eubea, provincia di Catania, Sicilia. Si è occupato di cinema e in particolare della nouvelle vague francese. Ha soggiornato in varie città tra cui Londra, Parigi, Zurigo e Roma. Tra le sue opere vi sono raccolte di poesie (Movimenti liberi, 1988), storielle (Demetra ascolta, 1999). E’ autore della trilogia di romanzi brevi Pierrot lunaire, Fraulein Folgheraiten, In una conca di luce pienamente solare. Il suo ultimo lavoro è Càliti juncu, proverbi e detti siciliani meditati.